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“Forsan et
haec olim meminisse juvabit”
1- Il comitato di storici guidato dal
Professor Andrea Riccardi ed incaricato dalla Santa Sede di individuare,
per quanto possibile, i
“martiri” del XX secolo, ha inserito in tale triste e glorioso elenco
i giudici Rosario Livatino e Paolo Borsellino (L. Accatoli, “Nuovi martiri”,
ed San Paolo, nn. 384 e 385).
La circostanza sollecita
una riflessione
non soltanto sui doveri dei cristiani
nei confronti dello Stato, ma anche
sulla attuale situazione della giustizia nel nostro Paese .
Quando 31 marzo Agnese Borsellino ha consegnato al Santo
Padre il bozzetto originale
del manifesto con cui sono stati ricordati
ed onorati i ventiquattro magistrati che in questi ultimi anni sono stati
assassinati a causa della loro dedizione alla giustizia,
non ha compiuto solo un gesto di doveroso ringraziamento. La consegna di
questo simbolico dono è stata infatti accompagnata da un incisivo indirizzo di
saluto ed è avvenuta in presenza di un folto gruppo di giudici, convenuti a
Roma per partecipare al congresso della Associazione Nazionale Magistrati. La
cerimonia ha così costituito la naturale conclusione
di un cammino iniziato nel 1993 quando il presidente della ANM
ebbe a sottolineare il
patrimonio spirituale che l’esempio di Rosario Livatino, Paolo
Borsellino, dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, rappresenta per tutta la comunità
civile e cristiana.
Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, Rosario Livatino
hanno con il loro sacrificio smentito la diffusa opinione secondo cui i
cattolici italiani sarebbero buoni padri, discreti
mariti, volenterosi operatori
sociali, ma
funzionari distratti ed, in definitiva, mediocri cittadini.
Avevano una vita familiare e religiosa intensa ed
esemplare, ma non sono stati uccisi a causa di queste virtù. I loro provvedimenti che hanno colpito interessi
potenti ed omicidi, non erano diversi
da quelli redatti da colleghi che
non nutrivano una fede religiosa, e che hanno parimenti affrontato la morte come prezzo della fedeltà alle regole di giustizia.
Il martirio non
separa o divide i credenti dai non credenti perché l’ adesione ai valori
della giustizia costituisce un
terreno comune per tutti gli uomini
di buona volontà. L’Apostolo Paolo riconosce e quasi codifica questa
comunione fra chi crede nel valore trascendente
dei testi evangelici e
tutti gli uomini retti, che sono "circoncisi nel cuore" (Ger.
9, 24, Ez. 44,7), circoncisi di una
circoncisione non fatta da mano di uomo (Col. 2, 11).
A fianco di quelli che osservano la legge
perchè la conoscono attraverso la Rivelazione si collocano dunque coloro
che "sono stati legge a se stessi; hanno dimostrato che quanto la
legge divina esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza
della loro coscienza" (Rm. 2,15).
E’
di conforto pensare che ai caduti
per la giustizia si attaglino le parole della Veritatis Splendor "nel
martirio come affermazione dell'inviolabilità dell'ordine morale risplendono la
santità della legge di Dio e insieme l'intangibilità della dignità personale
dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio".
Chi li ha uccisi con ogni
probabilità non nutriva rancore verso
la fede cattolica, ma era
certamente animato da odio verso le virtù umane e cristiane. E
San Tommaso d'Aquino ebbe ad affermare che è martire
"non solo chi patisce a causa della fede, ma anche chiunque patisce
nel compiere una qualunque buona opera per amore di Cristo". Del resto, la
Chiesa da sempre onora come martire San Giovanni Battista, imprigionato ed
ucciso da Erode perché aveva osato puntare il dito contro di lui ed Erodiade
pronunciando l’ammonimento che tanto spiace a tutti i potenti della terra
“non ti è lecito…” (Mt 14,3: Mc 6.17). A sua volta, già il documento
sull’impegno sociale e politico elaborato nel III° convegno ecclesiale di
Palermo (20-24 novembre 1995) sottolinea il sacrificio dei cristiani che in
Italia hanno dato “numerose testimonianze di carità politica, alcune giunte
fino al martirio”
Tutti
i caduti per la legalità , credenti e non credenti
senza distinzione, hanno testimoniato
quella legge universale che si
impone ad ogni essere dotato di ragione e vivente nella storia. "Per
perfezionarsi nel suo ordine specifico -afferma la Veritatis Splendor- la
persona deve compiere il bene ed evitare il male, vegliare alla trasmissione e
alla conservazione della vita, affinare e sviluppare le ricchezze del mondo
sensibile, coltivare la vita sociale, cercare il vero, praticare il bene,
contemplare la bellezza".
3- Qualcuno ha detto “infelice il popolo che ha bisogno
di eroi”, o di martiri. E certo la presenza di eroi in una società, ed in
specie nel mondo della giustizia, è sintomo di crisi e di disagio.
L’
obbedienza alla legge nelle società pacifiche e ben ordinate raramente attinge
i vertici dell’eroismo, cioè richiede
la capacità di anteporre il senso del dovere
a propri rilevanti interessi, e talvolta alla vita stessa. Anche nel più
tranquillo cantone svizzero l’uomo della polizia, il vigile del fuoco, debbono
essere pronti ad anteporre l’adempimento del dovere alla propria vita. Ma
nelle società ad alto tasso di criminalità l’eroismo viene richiesto ad una sfera molto allargata e purtroppo via via più
ampia di persone.
Nel documento, redatto da Giovanni Falcone e con cui si concluse la assemblea della
A.N.M. presieduta da Paolo Borsellino riunita a Palermo il 27 ottobre 1990, dopo
l'assassinio di Rosario Livatino, si legge: "il fenomeno mafioso si colloca
ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti della
democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul
decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e
organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica". Ed a queste parole
ben si può affiancare il punto forse più significativo del messaggio letto dal
Santo Padre ai magistrati italiani il 31 marzo 2000, laddove stigmatizza
“tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non
paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si
adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri
interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune.
Ne viene minata alla radice anche la sicura e pacifica convivenza”.
In
simile quadro si sono addirittura verificate
forme di pressione e di lusinga sugli uomini della legge; accade persino
che la sollecitazione a non compiere il proprio dovere giunga dall’interno
delle strutture dello Stato, offrendo
vantaggi di carriera a chi viola i propri doveri, prospettando ritorsioni di
carattere pubblico a chi li adempie.
Per richiamare un episodio remoto, che non rinfocoli
polemiche recenti, si può ricordare che quando nel 1900 il sostituto
procuratore generale presso la Cassazione di Napoli F.S. Gargiulo, che aveva
fatto parte della Giunta del sindaco (e deputato) Alberto Aniello Casale, depose
il falso avanti al Tribunale e
questa sua bugia venne documentalmente smentita dalla relazione della
Commissione Governativa di inchiesta e dalla stessa sentenza del Tribunale,
il Ministro della Giustizia Emanuele Gianturco inflisse un ammonimento «severo»,
non al Gargiulo bensì al pubblico ministero di udienza De Notaristefano che
aveva osato nella sua requisitoria deplorare il comportamento del collega
spergiuro (L'inchiesta Saredo sulla Amministrazione comunale di Napoli ,
1900-1901, volume a cura dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici
Associazione "Diego Del Rio"; traggo la notizia dalla introduzione di
Francesco Barbagallo riportata negli estratti editi per la presentazione del
Volume avvenuta il 14 dicembre 1998 - Napoli 1998).
L’indifferenza, se non l’ostilità, di parti
dello Stato accresce poi il rischio per coloro che adempiono al proprio dovere.
Sotto
la minaccia omicida delle Brigate Rosse diviene eroismo accettare la difesa
d’ufficio di un indagato; basterà ricordare
il martirio dell’avvocato Fulvio Croce, ucciso per aver onorato un
compito elementare dell’avvocato: la difesa d’ufficio. La criminalità
organizzata dei «colletti bianchi» rende eroica la condotta dell’avvocato
Giorgio Ambrosoli, leale esecutore di un mandato di liquidazione di una banca;
nelle aree controllate dalla mafia occorre eroismo per esercitare diritti
elementari, come una libera attività di impresa, per
adempiere a doveri in sè semplici
e spontanei, che incombono su
qualunque cittadino: quale il rendere, in osservanza
alla legge divina, testimonianza veritiera.
E’
quindi vero che “il popolo che ha bisogno di eroi » è
“infelice” ; perchè è
infelice quel popolo che non ha in sè le energie morali indispensabili affinché
ogni cittadino adempiendo ai propri doveri, facendosi carico della frazione,
della briciola, di coraggio che gli compete, concorra a far sì che
a nessuno si richiedano virtù eroiche.
Ma
certo è ancora più infelice il popolo che
ha bisogno di eroi e non li trova, o ne disperde l’insegnamento.
3-
Il ricordo è quindi un dovere. La forza spirituale di chi “cerca il vero e pratica il
bene”, di chi è sensibile al grido delle vittime dell’ingiustizia: «fino a
quando tu, il Maestro, il Santo il Verace tarderai a far giustizia a domandare
conto del nostro sangue?» (Ap.
6,11). è testimoniata da un episodio della vita di
Paolo Borsellino, che non deve essere dimenticato.
Nel settembre del 1991 Vincenzo Calcara,
"uomo d'onore" di cosa nostra, disse a
Borsellino: "non deve aver più paura, io che dovevo ucciderla sono
in carcere". Paolo rispose: "paura? ma tu non sai che è bello morire
per cose in cui si crede; volevate uccidermi a
Marsala?, a Palermo dovete uccidermi, è più facile". Soggiunse: «un
cristiano non teme la morte», mostrando la Sua profonda adesione alle parole:
«chi vuol salvare la sua vita la perderà, e chi la perderà l’avrà salvata».
Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, proprio
a Palermo, la vita di Paolo Borsellino veniva stroncata nella strage di via
D'Amelio.
Calcara fu
colpito e dominato dal coraggio di Borsellino; e così ci parla di se stesso:
"c'è stato un grande travaglio in
me, il bene ed il male lottavano, ho analizzato cos'era la mia vita, mi sono guardato allo specchio".
E da quel momento iniziò il cammini verso la conversione. Soggiunge:
"la mafia aveva paura di Borsellino, della sua onestà, del suo coraggio,
della sua intelligenza, della sua tenacia,
della sua forza». E conclude: «la mafia aveva paura dell’onore di
Borsellino; perchè Borsellino era il vero uomo d’onore, che non diviene tale
con la «pungitura» o bruciando l’immaginetta, ma con la forza delle
idee».
Già: l’»onore di Borsellino». In
Calcara la parola «onore» è intrisa di sicilianità. Ma l’onore o -se preferiamo
usare un’altra parola- la dignità guidano gli esseri umani tutti;
a Palermo come a Bolzano.
Anche la criminalità, ed in particolare la
grande criminalità organizzata come la mafia, ha -o tenta di costruire- un suo
«onore». Ma che cosa ha fatto
sentire a Vincenzo Calcara che l’»onore di Borsellino» è onore «vero»; e
quello di «cosa nostra» è «onore
falso» ?.
L’»onore di Borsellino» attinge
all’universale, risponde a regole
che, secondo le parole di Sofocle, sono «non d’un’ora, non di un giorno fa;
hanno vita misteriosamente eterna; nessuno
sa la radice della loro luce”.
L'"onore di Borsellino", risponde a
tavole etiche che rendono la vita di tutti migliore; è espressione di quella
carità cristiana che è amore di Dio e del prossimo e che quindi è operativa e
fattiva nel sociale.
Invece le regole della criminalità distruggono la vita e
il benessere di una società; conducono alla ricchezza di pochi ed
all’impoverimento di molti.
L’onore
autentico attinge all’assoluto e perciò alla religiosità d’amore. A quella
religiosità che è fondamento della democrazia stessa.
Si
legge nota pastorale della CEI «Educare alla legalità»: «proprio perché
l’autentica legalità trova la sua motivazione radicale nella moralità
dell’uomo, la condizione primaria per uno sviluppo del senso della legalità
è la presenza di un vivo senso dell’etica come dimensione fondamentale ed
irrinunciabile della persona».
Quinto non ammazzare, settimo non rubare. Quanti
cavilli hanno costruito i giuristi di professione (ed ancor più i politologi)
per occultare questi due comandamenti! Ma il Santo Padre a conclusione della
Santa Messa celebrata ad Agrigento il 9 maggio 1993 ha parlato in termini di
estrema chiarezza : "Dio ha detto: "non uccidere". Nessun uomo,
nessuna associazione, nessuna mafia può calpestare questo diritto santissimo di
Dio".
4.
In simile quadro credo possano trovare una giusta collocazione i numerosi
articoli con cui i giornali hanno commentato il discorso sulla giustizia letto
dal Santo Padre il 31 marzo e che certo non hanno –nel loro insieme- giovato né all’immagine della
magistratura, né a quella della Chiesa. Come non hanno certo giovato al
prestigio della ANM i tentativi di chi, al nostro interno, ha voluto
strumentalizzare il discorso del Papa per tirare un poco d’acqua al proprio
minuscolo mulino, tentando di iscrivere il Santo Padre ad Unicost, o meglio ad
uno dei molteplici orientamenti in cui si articola Unicost.
I
lettori de “Il Giornale” si sono certamente rallegrati leggendo che il Santo
Padre condividerebbe –almeno in parte- la loro opinione negativa su giudici e
pubblici ministeri, ed avranno apprezzato il discorso del Pontefice, o per
meglio dire quella distorta immagine di tale discorso che “Il Giornale”,
“L’Opinione” ed esponenti politici di Forza Italia hanno diffuso ed
applaudito. Emma Bonino ha
addirittura colto nelle parole del Santo Padre un “invito ai cittadini a
realizzare con il voto referendario in un solo giorno tre riforme positive sulla
giustizia”, che –come ha dimostrato la successiva votazione- non è stato
colto da ben pochi.
Meglio di tutti si è comportato Gianfranco Fini che
ha invitato a non “sfruttare le parole del Pontefice per la campagna
elettorale”.
Alcuni hanno comunque voluto trarre dal discorso del
Pontefice conforto alle proprie tesi avverse alla magistratura; ma è probabile
che una aliquota consistente dei lettori di “Repubblica” o de “La
Stampa” abbia invece considerato
le “bacchettate”, che anche secondo tali quotidiani il Papa avrebbe inferto
ai giudici, frutto di dispetto per
alcune recenti vicende che hanno coinvolto personalità ecclesiastiche o
soggetti comunque considerati “vicini” al mondo cattolico. Del resto questa
visione limitata è stata avallata e quasi propagandata dal difensore del
Cardinale Giordano con due ampi interventi su Il Corriere della Sera ed Il
Mattino, nonchè dai quotidiani più entusiasti del vero o presunto
“schiaffo” inferto alla magistratura, che lo hanno ricollegato alle vicende
Andreotti e Craxi.
Polemiche piccine che il decorso dei giorni ha
rapidamente trascinato con sé, ma forse è opportuno domandarsi se questa
visione del discorso del Santo Padre risponda alla realtà del testo.
Ed indubbiamente il meno che possa dirsi è che essa è
frutto di una lettura monca e riduttiva.
Ben pochi hanno
ricordato il passo che già ho riportato
ove il Pontefice si scaglia contro la strumentalizzazione del potere
legislativo per fini di parte. Gherardo Colombo è stato sottoposto a
procedimento disciplinare per aver formulato critiche, nei confronti della
politica italiana, molto più contenute e garbate.
Ma di questo si è parlato ben poco; mentre tutti hanno
ricordato il passo secondo cui "il rispetto dei diritti della persona
esclude il ricorso ad una detenzione motivata soltanto dal tentativo di ottenere
notizie significative per il processo". Senza riflettere che la frase
è in sé ovvia e assai poco "garantista"; consente infatti che
la detenzione venga disposta anche (purchè non esclusivamente) allo scopo di
“scioglier la lingua” a imputati
e testi. Il che invece la legge italiana vieta.
Si deve tuttavia riconoscere che il cenno alla custodia
cautelare, può esser letto con
riferimento a polemiche italiane; così come la frase secondo cui “è
di grande importanza un rapporto del magistrato con i mass media ispirato
a doveroso riserbo, così da evitare ogni rischio di ledere il diritto di
riservatezza degli indagati, assicurando al tempo stesso in modo efficace il
rispetto del principio di presunzione d'innocenza”. Ancorchè le parole del
Santo padre rispecchiassero concezioni già puntualmente enunciate nel “codice
deontologico” dei magistrati (art. 6) ed in documenti della Associazione
Nazionale Magistrati.
Mi sembra poi costituisca una mera oggettiva amara
constatazione di fatto l’affermazione secondo cui “la giustizia deve sforzarsi di assicurare la celerità dei
processi: una loro eccessiva lunghezza diventa intollerabile per i cittadini e
finisce per tradursi in una vera e propria ingiustizia”.
Nel complesso si tratta dunque di un richiamo a principi
da tutti pacificamente condivisi. Tuttavia
accorti lanci di agenzia in cui era -tra l'altro- sparito l'avverbio
"soltanto" nella proposizione sulla custodia cautelare hanno
determinato due giorni di polemiche accese
e vane, che hanno svilito un momento di alta spiritualità.
5- L’ansia di aprire una polemica ha fatto quasi
dimenticare la più impegnativa (e concreta) delle affermazioni del Santo Padre
che possono riguardare l’attività giudiziaria. Cioè il cenno in tema di
bioetica, che avrebbe richiesto -quello sì- un approfondimento critico, alla
luce della laicità dello Stato (e della giurisdizione).
Si legge nel testo : “non va, inoltre, trascurato
un problema che si va delineando per il fatto che l'attività legislativa fatica
talora a seguire i ritmi dello sviluppo tecnico-scientifico e dei suoi
conseguenti riflessi sociali, sicché l'interpretazione giurisprudenziale della
legge va assumendo sempre più il valore di fonte di diritto.
Giustamente da più parti si reagisce all'idea di una supplenza della
Magistratura nei confronti delle omissioni del potere legislativo, soprattutto
quando in causa sono la vita e la morte dell'uomo, le biotecnologie, i problemi
riguardanti la pubblica moralità, i temi essenziali della libertà, la quale
non può mai degenerare nell'individualismo noncurante del bene comune”.
Il punto suscita qualche perplessità. Appare
evidente l’allusione al discusso (e discutibile) provvedimento del tribunale
di Roma sull’”utero in affitto””(14-17 febbraio 2000, in Guida al
Diritto 9/2000 con nota di dissenso
di A. Finocchiaro; in Guida al Diritto 16/2000
è pubblicato l’articolato reclamo della Procura di Roma, dichiarato
inammissibile da Tribunale Roma 27-29 marzo 2000 ibidem; sul tema si vedano di
documenti sulla bioetica riportati nel settore
documenti).
Ma la critica non sembra centrata, in primo luogo
perché il giudice è tenuto a decidere ogni controversia che gli venga
sottoposta e quindi, in difetto di specifiche norme di legge, tanto è stata una
supplenza il provvedimento autorizzatorio dell’inseminazione, quanto lo
sarebbe stato un provvedimento che avesse proibito tale attività medica.
Inoltre non si può sottacere che il giudice si colloca all’interno di un
sistema giuridico che non risponde integralmente ai valori religiosi cattolici,
anzi se ne discosta su importati profili, quali l’aborto ed il divorzio. E di
simili discordanze il giudice deve tener conto quando individua i principi
generali dell’ordinamento che debbono guidarlo nella soluzione di un caso per
cui non trova nella legge una risposta puntuale.
Anche l’argomento della bioetica è, per altro, lo
ribadisco, secondario di fronte al
tema centrale del rapporto fra senso religioso e senso dello Stato, che veniva
drammaticamente evidenziato da quel lungo elenco di magistrati uccisi
nell’adempimento del dovere che ha turbato il Santo Padre.
6. Nessuna attenzione ha infine suscitato la affermazione
del Pontefice secondo cui “la sanzione penale nella sua natura e nella sua
applicazione deve essere tale da garantire la tanto giustamente invocata
sicurezza sociale, senza peraltro
colpire la dignità dell'uomo, amato da Dio e chiamato a redimersi se colpevole.
La pena non deve spezzare la speranza della redenzione”.
Eppure in essa vi era in nuce la successiva iniziativa sul “Giubileo
dei carcerati” che ha dato luogo al messaggio del 30 giugno 2000,
all’incontro a Regina Caeli del 9 luglio ed alla richiesta di “una
riduzione, pur modesta, delle pene”.
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