ETICA CRISTIANA E SENSO DELLO STATO

In margine ad una udienza del Santo Padre e in ricordo del  martirio di Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, Rosario Livatino.

  articolo  pubblicato su La Magistratura n. 2/2000, e in una diversa versione su Cristianità n. 299 maggio-giugno 2000 e su "Il picchio" 4/2000

“Forsan et haec olim meminisse juvabit”

 

1- Il comitato di storici guidato dal  Professor Andrea Riccardi ed incaricato dalla Santa Sede di individuare, per quanto possibile,  i  “martiri” del XX secolo, ha inserito in tale triste e glorioso elenco i giudici Rosario Livatino e Paolo Borsellino (L. Accatoli, “Nuovi martiri”, ed San Paolo,  nn. 384 e 385).

La circostanza  sollecita una  riflessione  non soltanto sui doveri dei cristiani  nei confronti dello Stato, ma anche  sulla attuale situazione della giustizia nel nostro Paese .

Quando 31 marzo Agnese Borsellino ha consegnato al Santo Padre   il bozzetto originale del manifesto con cui sono stati  ricordati ed onorati i ventiquattro magistrati che in questi ultimi anni sono stati assassinati a causa della loro dedizione alla giustizia,  non ha compiuto solo un gesto di doveroso ringraziamento. La consegna di questo simbolico dono  è stata infatti accompagnata da un incisivo indirizzo di saluto ed è avvenuta in presenza di un folto gruppo di giudici, convenuti a Roma per partecipare al congresso della Associazione Nazionale Magistrati. La cerimonia ha così costituito la naturale conclusione  di un cammino iniziato nel 1993 quando il presidente della ANM  ebbe a sottolineare  il  patrimonio spirituale che l’esempio di Rosario Livatino, Paolo Borsellino, dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, rappresenta per tutta la comunità civile e  cristiana.

Giorgio Ambrosoli, Paolo Borsellino, Rosario Livatino hanno con il loro sacrificio smentito la diffusa opinione secondo cui i cattolici italiani sarebbero buoni padri,  discreti mariti,  volenterosi operatori sociali,  ma   funzionari distratti ed, in definitiva, mediocri cittadini.

Avevano una vita familiare e religiosa intensa ed esemplare, ma non sono stati uccisi a causa di queste  virtù. I loro provvedimenti che hanno colpito interessi potenti ed omicidi, non erano  diversi da quelli redatti da  colleghi che non nutrivano una fede religiosa, e che hanno parimenti affrontato  la morte come prezzo della fedeltà alle regole di giustizia.

Il martirio   non separa o divide i credenti dai non credenti perché l’ adesione ai valori della giustizia  costituisce un terreno comune  per tutti gli uomini di buona volontà. L’Apostolo Paolo riconosce e quasi codifica questa comunione fra chi crede nel valore trascendente  dei testi  evangelici e  tutti gli uomini retti, che sono "circoncisi nel cuore" (Ger. 9, 24, Ez. 44,7), circoncisi  di una circoncisione non fatta da mano di uomo (Col. 2, 11).  A fianco di quelli che osservano la legge  perchè la conoscono attraverso la Rivelazione si collocano dunque coloro  che "sono stati legge a se stessi; hanno dimostrato che quanto la legge divina esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza" (Rm. 2,15).

E’ di conforto  pensare che ai caduti per la giustizia si attaglino le parole della Veritatis Splendor "nel martirio come affermazione dell'inviolabilità dell'ordine morale risplendono la santità della legge di Dio e insieme l'intangibilità della dignità personale dell'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio".   Chi  li ha uccisi con ogni probabilità non nutriva rancore  verso  la  fede cattolica, ma era certamente animato da odio verso le virtù umane e cristiane. E   San Tommaso d'Aquino ebbe ad affermare che è martire  "non solo chi patisce a causa della fede, ma anche chiunque patisce nel compiere una qualunque buona opera per amore di Cristo". Del resto, la Chiesa da sempre onora come martire San Giovanni Battista, imprigionato ed ucciso da Erode perché aveva osato puntare il dito contro di lui ed Erodiade pronunciando l’ammonimento che tanto spiace a tutti i potenti della terra “non ti è lecito…” (Mt 14,3: Mc 6.17). A sua volta, già il documento sull’impegno sociale e politico elaborato nel III° convegno ecclesiale di Palermo (20-24 novembre 1995) sottolinea il sacrificio dei cristiani che in Italia hanno dato “numerose testimonianze di carità politica, alcune giunte fino al martirio”

Tutti i caduti per la legalità , credenti e non credenti  senza distinzione, hanno  testimoniato quella legge universale  che si impone ad ogni essere dotato di ragione e vivente nella storia. "Per perfezionarsi nel suo ordine specifico -afferma la Veritatis Splendor- la persona deve compiere il bene ed evitare il male, vegliare alla trasmissione e alla conservazione della vita, affinare e sviluppare le ricchezze del mondo sensibile, coltivare la vita sociale, cercare il vero, praticare il bene, contemplare la bellezza".

 

3- Qualcuno ha detto “infelice il popolo che ha bisogno di eroi”, o di martiri. E certo la presenza di eroi in una società, ed in specie nel mondo della giustizia, è sintomo di crisi e di disagio.

L’ obbedienza alla legge nelle società pacifiche e ben ordinate raramente attinge i vertici dell’eroismo, cioè  richiede la capacità di anteporre il senso del dovere  a propri rilevanti interessi, e talvolta alla vita stessa. Anche nel più tranquillo cantone svizzero l’uomo della polizia, il vigile del fuoco, debbono essere pronti ad anteporre l’adempimento del dovere alla propria vita. Ma nelle società ad alto tasso di criminalità l’eroismo viene  richiesto ad una sfera molto allargata e purtroppo via via più ampia di persone.

Nel documento, redatto  da Giovanni Falcone e con cui si concluse la assemblea della A.N.M. presieduta da Paolo Borsellino riunita a Palermo il 27 ottobre 1990, dopo l'assassinio di Rosario Livatino, si legge: "il fenomeno mafioso si colloca ormai in un ambito principalmente politico, perché sotto le vesti della democrazia, si intravedono sempre più rapporti di potere reale basati sul decadimento del costume morale e civile, su intrecci fra istituzioni deviate e organizzazioni occulte, su legami tra mafia e politica". Ed a queste parole ben si può affiancare il punto forse più significativo del messaggio letto dal Santo Padre ai magistrati italiani il 31 marzo 2000, laddove stigmatizza  “tutte quelle iniziative di singoli e di gruppi organizzati che, non paghi di trasgredire la legge attentando alla vita ed ai beni altrui, si adoperano anche per ottenere modifiche dell'ordinamento in funzione dei propri interessi, al di là dei principi etici e della considerazione del bene comune.  Ne viene minata alla radice anche la sicura e pacifica convivenza”.

In simile quadro si sono addirittura verificate  forme di pressione e di lusinga sugli uomini della legge; accade persino che la sollecitazione a non compiere il proprio dovere giunga dall’interno delle strutture dello Stato,  offrendo vantaggi di carriera a chi viola i propri doveri, prospettando ritorsioni di carattere pubblico a chi li adempie.

Per richiamare un episodio remoto, che non rinfocoli polemiche recenti, si può ricordare che quando nel 1900 il sostituto procuratore generale presso la Cassazione di Napoli F.S. Gargiulo, che aveva fatto parte della Giunta del sindaco (e deputato) Alberto Aniello Casale, depose il falso avanti al Tribunale   e questa sua bugia venne documentalmente smentita dalla relazione della Commissione Governativa di inchiesta e dalla stessa sentenza del Tribunale,  il Ministro della Giustizia Emanuele Gianturco inflisse un ammonimento «severo», non al Gargiulo bensì al pubblico ministero di udienza De Notaristefano che aveva osato nella sua requisitoria deplorare il comportamento del collega spergiuro (L'inchiesta Saredo sulla Amministrazione comunale di Napoli , 1900-1901, volume a cura dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Associazione "Diego Del Rio"; traggo la notizia dalla introduzione di Francesco Barbagallo riportata negli estratti editi per la presentazione del Volume avvenuta il 14 dicembre 1998 - Napoli 1998).

L’indifferenza, se non l’ostilità, di parti dello Stato accresce poi il rischio per coloro che adempiono al proprio dovere.

Sotto la minaccia omicida delle Brigate Rosse diviene eroismo accettare la difesa d’ufficio di un indagato; basterà ricordare  il martirio dell’avvocato Fulvio Croce, ucciso per aver onorato un compito elementare dell’avvocato: la difesa d’ufficio. La criminalità organizzata dei «colletti bianchi» rende eroica la condotta dell’avvocato Giorgio Ambrosoli,  leale esecutore di un mandato di liquidazione di una banca; nelle aree controllate dalla mafia occorre eroismo per esercitare diritti elementari, come una libera attività di impresa, per  adempiere a doveri in sè  semplici e spontanei, che  incombono su qualunque cittadino: quale il rendere, in  osservanza alla legge divina, testimonianza veritiera.

E’ quindi vero che “il popolo che ha bisogno di eroi » è  “infelice” ;  perchè è infelice quel popolo che non ha in sè le energie morali indispensabili affinché ogni cittadino adempiendo ai propri doveri, facendosi carico della frazione, della briciola, di coraggio che gli compete, concorra a far sì che  a nessuno si richiedano virtù eroiche.

Ma certo è ancora più infelice il popolo che  ha bisogno di eroi e non li trova, o ne disperde l’insegnamento.  

3- Il ricordo è quindi un dovere.  La  forza spirituale di chi “cerca il vero e pratica il bene”, di chi è sensibile al grido delle vittime dell’ingiustizia: «fino a quando tu, il Maestro, il Santo il Verace tarderai a far giustizia a domandare conto del nostro sangue?»  (Ap.  6,11). è testimoniata da un episodio della vita di  Paolo Borsellino, che non deve essere dimenticato.

    Nel settembre del 1991 Vincenzo Calcara, "uomo d'onore" di cosa nostra, disse a  Borsellino: "non deve aver più paura, io che dovevo ucciderla sono in carcere". Paolo rispose: "paura? ma tu non sai che è bello morire per cose in cui si crede; volevate uccidermi a  Marsala?, a Palermo dovete uccidermi, è più facile". Soggiunse: «un cristiano non teme la morte», mostrando la Sua profonda adesione alle parole: «chi vuol salvare la sua vita la perderà, e chi la perderà l’avrà salvata».

     Pochi mesi dopo, il 19 luglio 1992, proprio a Palermo, la vita di Paolo Borsellino veniva stroncata nella strage di via D'Amelio.

    Calcara  fu colpito e dominato dal coraggio di Borsellino; e così ci parla di se stesso: "c'è stato un grande travaglio  in me, il bene ed il male lottavano, ho analizzato cos'era la  mia vita, mi sono guardato allo specchio".  E da quel momento iniziò il cammini verso la conversione. Soggiunge: "la mafia aveva paura di Borsellino, della sua onestà, del suo coraggio, della sua intelligenza, della sua tenacia,  della sua forza». E conclude: «la mafia aveva paura dell’onore di Borsellino; perchè Borsellino era il vero uomo d’onore, che non diviene tale con la «pungitura» o bruciando l’immaginetta, ma con la forza delle  idee».

     Già: l’»onore di Borsellino». In Calcara  la parola «onore»  è intrisa di sicilianità. Ma l’onore o -se preferiamo usare un’altra parola- la dignità guidano gli esseri umani tutti;  a Palermo come a Bolzano.

     Anche la criminalità, ed in particolare la grande criminalità organizzata come la mafia, ha -o tenta di costruire- un suo «onore». Ma  che cosa ha fatto sentire a Vincenzo Calcara che l’»onore di Borsellino» è onore «vero»; e quello di «cosa nostra» è  «onore falso» ?.

     L’»onore di Borsellino» attinge all’universale,  risponde a regole che, secondo le parole di Sofocle, sono «non d’un’ora, non di un giorno fa; hanno vita misteriosamente eterna;  nessuno sa la radice della loro luce”.

    L'"onore di Borsellino", risponde a tavole etiche che rendono la vita di tutti migliore; è espressione di quella carità cristiana che è amore di Dio e del prossimo e che quindi è operativa e  fattiva nel sociale.     Invece le regole della criminalità distruggono la vita e  il benessere di una società; conducono alla ricchezza di pochi ed all’impoverimento di molti.

   L’onore autentico attinge all’assoluto e perciò alla religiosità d’amore. A quella religiosità che è fondamento della democrazia stessa.

   Si legge nota pastorale della CEI «Educare alla legalità»: «proprio perché l’autentica legalità trova la sua motivazione radicale nella moralità dell’uomo, la condizione primaria per uno sviluppo del senso della legalità è la presenza di un vivo senso dell’etica come dimensione fondamentale ed irrinunciabile della persona».

   Quinto non ammazzare, settimo non rubare. Quanti cavilli hanno costruito i giuristi di professione (ed ancor più i politologi) per occultare questi due comandamenti! Ma il Santo Padre a conclusione della Santa Messa celebrata ad Agrigento il 9 maggio 1993 ha parlato in termini di estrema chiarezza : "Dio ha detto: "non uccidere". Nessun uomo, nessuna associazione, nessuna mafia può calpestare questo diritto santissimo di Dio".  

4. In simile quadro credo possano trovare una giusta collocazione i numerosi articoli con cui i giornali hanno commentato il discorso sulla giustizia letto dal Santo Padre il 31 marzo e che certo non hanno  –nel loro insieme- giovato né all’immagine della magistratura, né a quella della Chiesa. Come non hanno certo giovato al prestigio della ANM i tentativi di chi, al nostro interno, ha voluto strumentalizzare il discorso del Papa per tirare un poco d’acqua al proprio minuscolo mulino, tentando di iscrivere il Santo Padre ad Unicost, o meglio ad uno dei molteplici orientamenti in cui si articola Unicost.

 I lettori de “Il Giornale” si sono certamente rallegrati leggendo che il Santo Padre condividerebbe –almeno in parte- la loro opinione negativa su giudici e pubblici ministeri, ed avranno apprezzato il discorso del Pontefice, o per meglio dire quella distorta immagine di tale discorso che “Il Giornale”, “L’Opinione” ed esponenti politici di Forza Italia hanno diffuso ed applaudito.  Emma Bonino ha addirittura colto nelle parole del Santo Padre un “invito ai cittadini a realizzare con il voto referendario in un solo giorno tre riforme positive sulla giustizia”, che –come ha dimostrato la successiva votazione- non è stato colto da ben pochi.

Meglio di tutti si è comportato Gianfranco Fini che  ha invitato a non “sfruttare le parole del Pontefice per la campagna elettorale”.

Alcuni hanno comunque voluto trarre dal discorso del Pontefice conforto alle proprie tesi avverse alla magistratura; ma è probabile che una aliquota consistente dei lettori di “Repubblica” o de “La Stampa”  abbia invece considerato le “bacchettate”, che anche secondo tali quotidiani il Papa avrebbe inferto ai giudici,  frutto di dispetto per alcune recenti vicende che hanno coinvolto personalità ecclesiastiche o soggetti comunque considerati “vicini” al mondo cattolico. Del resto questa visione limitata è stata avallata e quasi propagandata dal difensore del Cardinale Giordano con due ampi interventi su Il Corriere della Sera ed Il Mattino, nonchè dai quotidiani più entusiasti del vero o presunto “schiaffo” inferto alla magistratura, che lo hanno ricollegato alle vicende Andreotti e Craxi.

  Polemiche piccine che il decorso dei giorni ha rapidamente trascinato con sé, ma forse è opportuno domandarsi se questa visione del discorso del Santo Padre risponda alla realtà del testo.  Ed indubbiamente il meno che possa dirsi è che essa è  frutto di una lettura monca e riduttiva.

Ben pochi hanno  ricordato il passo che già ho riportato  ove il Pontefice si scaglia contro la strumentalizzazione del potere legislativo per fini di parte. Gherardo Colombo è stato sottoposto a procedimento disciplinare per aver formulato critiche, nei confronti della politica italiana, molto più contenute e garbate.

Ma di questo si è parlato ben poco; mentre tutti hanno ricordato il passo secondo cui "il rispetto dei diritti della persona esclude il ricorso ad una detenzione motivata soltanto dal tentativo di ottenere notizie significative per il processo". Senza riflettere che la frase  è in sé ovvia e assai poco "garantista"; consente infatti che la detenzione venga disposta anche (purchè non esclusivamente) allo scopo di “scioglier la lingua” a  imputati e testi. Il che invece la legge italiana  vieta. 

Si deve tuttavia riconoscere che il cenno alla custodia cautelare,  può esser letto con riferimento a polemiche italiane; così come la frase secondo cui “è  di grande importanza un rapporto del magistrato con i mass media ispirato a doveroso riserbo, così da evitare ogni rischio di ledere il diritto di riservatezza degli indagati, assicurando al tempo stesso in modo efficace il rispetto del principio di presunzione d'innocenza”. Ancorchè le parole del Santo padre rispecchiassero concezioni già puntualmente enunciate nel “codice deontologico” dei magistrati (art. 6) ed in documenti della Associazione Nazionale Magistrati.

Mi sembra poi costituisca una mera oggettiva amara constatazione di fatto l’affermazione secondo cui  “la giustizia deve sforzarsi di assicurare la celerità dei processi: una loro eccessiva lunghezza diventa intollerabile per i cittadini e finisce per tradursi in una vera e propria ingiustizia”.

Nel complesso si tratta dunque di un richiamo a principi da tutti pacificamente condivisi.  Tuttavia accorti lanci di agenzia in cui era -tra l'altro- sparito l'avverbio "soltanto" nella proposizione sulla custodia cautelare hanno determinato due giorni di polemiche  accese e vane, che hanno svilito un momento di alta spiritualità.

 

5- L’ansia di aprire una polemica ha fatto quasi dimenticare la più impegnativa (e concreta) delle affermazioni del Santo Padre che possono riguardare l’attività giudiziaria. Cioè il cenno in tema di bioetica, che avrebbe richiesto -quello sì- un approfondimento critico, alla luce della laicità dello Stato (e della giurisdizione).

Si legge nel testo : “non va, inoltre, trascurato un problema che si va delineando per il fatto che l'attività legislativa fatica talora a seguire i ritmi dello sviluppo tecnico-scientifico e dei suoi conseguenti riflessi sociali, sicché l'interpretazione giurisprudenziale della legge va assumendo sempre più il valore di fonte di diritto.  Giustamente da più parti si reagisce all'idea di una supplenza della Magistratura nei confronti delle omissioni del potere legislativo, soprattutto quando in causa sono la vita e la morte dell'uomo, le biotecnologie, i problemi riguardanti la pubblica moralità, i temi essenziali della libertà, la quale non può mai degenerare nell'individualismo noncurante del bene comune”.

Il punto suscita qualche perplessità. Appare evidente l’allusione al discusso (e discutibile) provvedimento del tribunale di Roma sull’”utero in affitto””(14-17 febbraio 2000, in Guida al Diritto 9/2000 con nota di  dissenso di A. Finocchiaro; in Guida al Diritto  16/2000 è pubblicato l’articolato reclamo della Procura di Roma, dichiarato inammissibile da Tribunale Roma 27-29 marzo 2000 ibidem; sul tema si vedano di documenti sulla bioetica riportati nel settore documenti).

Ma la critica non sembra centrata, in primo luogo perché il giudice è tenuto a decidere ogni controversia che gli venga sottoposta e quindi, in difetto di specifiche norme di legge, tanto è stata una supplenza il provvedimento autorizzatorio dell’inseminazione, quanto lo sarebbe stato un provvedimento che avesse proibito tale attività medica. Inoltre non si può sottacere che il giudice si colloca all’interno di un sistema giuridico che non risponde integralmente ai valori religiosi cattolici, anzi se ne discosta su importati profili, quali l’aborto ed il divorzio. E di simili discordanze il giudice deve tener conto quando individua i principi generali dell’ordinamento che debbono guidarlo nella soluzione di un caso per cui non trova nella legge una risposta puntuale.

Anche l’argomento della bioetica è, per altro, lo ribadisco,  secondario di fronte al tema centrale del rapporto fra senso religioso e senso dello Stato, che veniva  drammaticamente evidenziato da quel lungo elenco di magistrati uccisi nell’adempimento del dovere che ha turbato il Santo Padre. 

6. Nessuna attenzione ha infine suscitato la affermazione del Pontefice secondo cui “la sanzione penale nella sua natura e nella sua applicazione deve essere tale da garantire la tanto giustamente invocata sicurezza  sociale, senza peraltro colpire la dignità dell'uomo, amato da Dio e chiamato a redimersi se colpevole.  La pena non deve spezzare la speranza della redenzione”.  Eppure in essa vi era in nuce la successiva iniziativa sul “Giubileo dei carcerati” che ha dato luogo al messaggio del 30 giugno 2000, all’incontro a Regina Caeli del 9 luglio ed alla richiesta di “una riduzione, pur modesta, delle pene”.

   

 

 

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