UNA DECISIONE POCO MEDITATA  

 

VITTORIO BORRACCETTI 

Segretario Generale di Magistratura Democratica

  Pubblicato su La Magistratura 2/2000

II congresso dell'ANM non è stato oggetto di molta attenzione da parte degli organi di informazione e neppure per la verità da parte dei partiti politici, al di là della qualità delle presenze.  Non c'è stato grande dibattito pubblico sui temi del congresso e per la verità lo stesso ,dibattito congressuale ha stentato a prendere quota, anche se alla fi,ne la conclusione è stata dignitosa e positiva.  L'unico momento nel quale il congresso ha avuto le prime pagine dei giornali è stato in occasione della udienza concessa dal Papa ai congressisti, inopinatamente presentata da qualche organo di informazione come il giubileo dei magistrati.  Credo che sul punto sia il caso di fare qualche osservazione, dopo aver precisato che la decisione di chiedere l'udienza fu presa in modo unanime dalla giunta integrata dai rappresentati di Unicost, che allora non ne facevano parte.  In altri termini, la decisione è stata condivisa da tutti i gruppi.  A me pare che ciò riconosciuto, vada aggiunto che si è trattato di una decisione poco meditata e inoltre che essa è stata sintomo della scarsa sensibilità rispetto al valore della laicità delle istituzioni e della nostra associazione.  Non è in questione la richiesta di un'udienza al Papa, che legittimamente l'ANM come tale poteva chiedere e organizzare, anche se non doveva sfuggire che una tale iniziativa correva il rischio di assumere un significato confessionale nell'anno del giubileo (ho già ricordato che si è parlato di giubileo delle toghe). E’ stato sbagliato inserire l'udienza nel corso dei lavori congressuali, che di fatto hanno subito una forte limitazione, con I conseguenza inoltre di fare del di scorso del pontefice ai magistrati, che era stato non formate ma calato nella realtà italiana, oggetto del lo stesso dibattito congressuale.  Sul merito delle parole dette da Papa, che hanno toccato questioni specifiche come l'uso della custodia cautelare e il rapporto tra decisione del giudice e completezza dell'ordinamento, si poteva e si può molto discutere, anche sotto l'aspetto dell'interferenza o meno rispetto alla sfera propria dello Stato italiano; ma non è questo il punto di maggior rilievo critico.  Sono altre le ragioni di più grave dissenso.  Innanzitutto l'episodio ha mostrato uno scarso rispetto dei magistrati che non si riconoscono nella confessione cattolica, e poi quella scarsa sensibilità al valore della laicità a cui accennavo prima, che con riferimento alla giurisdizione e alla magistratura assume un significato specifico, che riguarda l'indipendenza.  Quest'ultima significa infatti che ciascun magistrato ha il dovere di assumere le decisioni che gli competono nell'esercizio delle funzioni svolte senza farsi condizionare neppure dalle più alte autorità di tipo religioso o etico, nel rispetto, beninteso, della soggezione alla legge prescritta dalla Costituzione.  Più che mai questo valore oggi è essenziale in una società come quella italiana in cui è forte la presenza della chiesa cattolica, che tende talvolta a invadere spazi propri della politica e delle istituzioni (come testimonia la vicenda della proposta di amnistia e indulto); non sono inesistenti le insidie per le minoranze più o meno dissenzienti, come la vicenda del gay pride ha dimostrato; nuove - per il nostro paese - fedi religiose chiedono maggiori diritti più per la confessione che per i soggetti che la professano.  In un tale contesto la laicità delle istituzioni è essenziale per la libertà di ogni essere umano quale che sia la confessione religiosa che egli voglia o non voglia professare; e per il giudice l'indipendenza anche rispetto all'autorità o al potere religioso è garanzia di una tutela dei diritti della persona in quanto tale, senza alcun altra definizione.

 

 

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