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II
congresso dell'ANM non è stato oggetto di molta attenzione da parte degli
organi di informazione e neppure per la verità da parte dei partiti politici,
al di là della qualità delle presenze. Non
c'è stato grande dibattito pubblico sui temi del congresso e per la verità lo
stesso ,dibattito congressuale ha stentato a prendere quota, anche se alla fi,ne
la conclusione è stata dignitosa e positiva.
L'unico momento nel quale il congresso ha avuto le prime pagine dei
giornali è stato in occasione della udienza concessa dal Papa ai congressisti,
inopinatamente presentata da qualche organo di informazione come il giubileo dei
magistrati. Credo che sul punto sia
il caso di fare qualche osservazione, dopo aver precisato che la decisione di
chiedere l'udienza fu presa in modo unanime dalla giunta integrata dai
rappresentati di Unicost, che allora non ne facevano parte.
In altri termini, la decisione è stata condivisa da tutti i gruppi.
A me pare che ciò riconosciuto, vada aggiunto che si è trattato di una
decisione poco meditata e inoltre che essa è stata sintomo della scarsa
sensibilità rispetto al valore della laicità delle istituzioni e della nostra
associazione. Non è in questione
la richiesta di un'udienza al Papa, che legittimamente l'ANM come tale poteva
chiedere e organizzare, anche se non doveva sfuggire che una tale iniziativa
correva il rischio di assumere un significato confessionale nell'anno del
giubileo (ho già ricordato che si è parlato di giubileo delle toghe). E’
stato sbagliato inserire l'udienza nel corso dei lavori congressuali, che di
fatto hanno subito una forte limitazione, con I conseguenza inoltre di fare del
di scorso del pontefice ai magistrati, che era stato non formate ma calato nella
realtà italiana, oggetto del lo stesso dibattito congressuale.
Sul merito delle parole dette da Papa, che hanno toccato questioni
specifiche come l'uso della custodia cautelare e il rapporto tra decisione del
giudice e completezza dell'ordinamento, si poteva e si può molto discutere,
anche sotto l'aspetto dell'interferenza o meno rispetto alla sfera propria dello
Stato italiano; ma non è questo il punto di maggior rilievo critico.
Sono altre le ragioni di più grave dissenso.
Innanzitutto l'episodio ha mostrato uno scarso rispetto dei magistrati
che non si riconoscono nella confessione cattolica, e poi quella scarsa
sensibilità al valore della laicità a cui accennavo prima, che con riferimento
alla giurisdizione e alla magistratura assume un significato specifico, che
riguarda l'indipendenza. Quest'ultima
significa infatti che ciascun magistrato ha il dovere di assumere le decisioni
che gli competono nell'esercizio delle funzioni svolte senza farsi condizionare
neppure dalle più alte autorità di tipo religioso o etico, nel rispetto,
beninteso, della soggezione alla legge prescritta dalla Costituzione.
Più che mai questo valore oggi è essenziale in una società come quella
italiana in cui è forte la presenza della chiesa cattolica, che tende talvolta
a invadere spazi propri della politica e delle istituzioni (come testimonia la
vicenda della proposta di amnistia e indulto); non sono inesistenti le insidie
per le minoranze più o meno dissenzienti, come la vicenda del gay pride ha
dimostrato; nuove - per il nostro paese - fedi religiose chiedono maggiori
diritti più per la confessione che per i soggetti che la professano.
In un tale contesto la laicità delle istituzioni è essenziale per la
libertà di ogni essere umano quale che sia la confessione religiosa che egli
voglia o non voglia professare; e per il giudice l'indipendenza anche rispetto
all'autorità o al potere religioso è garanzia di una tutela dei diritti della
persona in quanto tale, senza alcun altra definizione.
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