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Intervento di
ROBERTO G. ALOISIO Avvocato
L'occasione di questo incontro, a cinque anni dalla
morte di Rosario Livatino, mi ha riportato alla memoria il Convegno dell'A.I.G.A.
svoltosi a Salerno (sul tema «Avvocatura e Magistratura») e segnatamente la
Cerimonia di apertura del 4 ottobre 1990, nel corso della quale rilevai come la
morte del giovane magistrato - che aveva professato la sua fede in solitudine e
nella solitudine di una campagna era stato strappato alla vita (da un disegno
criminale portato a compimento da uomini senza radici e senza storia) - avesse
colpito in profondità la coscienza degli italiani in primo luogo dei magistrati
e degli avvocati, offrendo la definitiva conferma che il ruolo delle Istituzioni
appariva compromesso almeno in alcune zone del territorio dello Stato.
Alla luce degli avvenimenti che si sono susseguiti nel
quinquennio successivo che giunge sino ai nostri giorni, il presentimento
(allora diffuso) si è rivelato purtroppo approssimato per difetto.
Le vicende sono amaramente arcinote e indugiare su di esse è del tutto
fuori luogo: limitarsi all'enunciazione di vuote parole è sintomo d'inefficacia
dell'attività operosa, posto che si parla - come rileva Musil ne L'Uomo senza
qualità - «nelle ore in cui non si vive».
Un tempo avrei prospettato la necessità - per ricucire le
ferite inferte al tessuto civile - di una rivoluzione permanente delle
coscienze, di una nuova resistenza morale, per tentare l'arresto del processo
degenerativo che ha colpito i punti nevralgici dell'ordinamento.
La stagione della vita m'impone cautela, maggior equilibrio e senso di
aderenza alla realtà delle cose, che lasciano persistere una visione del futuro
in chiave negativa. I segni dei tempi appaiono ormai imperscrutabili e si assiste
oggi, per usare una metafora, ad una nuova Babele di biblica memoria: molti
declamano parole di verità, quando sarebbe più opportuno restare in silenzio e
coltivare quei dubbi che, solo dopo un lungo cammino, possono sfociare in
piccole e modeste verità. Tutti si
appellano ai valori dell'onestà, del bene comune, dell'interesse superiore; per
converso, nessuno sembra possa salvarsi dall'addebito della disonestà, dalla
devastazione del male comune, dall'abuso dell'interesse personale.
Il quadro è ininterpretabile e la ragione arretra dinanzi al mistero
condensato nelle parole di Giobbe che, rispondendo a Zofar, dice profeticamente:
«Il Signore, ( ... omissis ... / Rende stolti i consiglieri, / priva i giudici
di senno; scioglie la cintura dei re e cinge i loro fianchi d'una corda. / Fa
andare scalzi i sacerdoti / e rovescia i potenti. / Toglie la favella ai più
veraci / e priva del senno i vegliardi. / Strappa dalle tenebre i segreti / e
porta alla luce le cose oscure. / Fa grandi i popoli e li lascia perire, /
estende le nazioni e le abbandona. / Toglie il senno ai capi del paese / e li fa
vagare per solitudini senza strade, / vanno a tastoni per le tenebre, senza
luce, / e barcollano come ubriachi».
Tra etica cristiana e servizio dello Stato scorre un fiume
tempestoso che divide due sponde: sull'una il mondo dei valori, sull'altra il'mondo
delle contingenze mondane.
Non tutti saranno capaci di attraversare il fiume: alcuni
riusciranno nell'impre sa, altri torneranno indietro, altri ancora faranno
naufragio.
E' una constatazione che non indulge all'ottimismo, anche
se - per definizione - l'etica cristiana postula tra i suoi doveri quello di
servire lo Stato, con quell'atteggiamento morale e materiale che viene
raccomandato da Paolo nell'epistola ai Filippesi: «non fate nulla per spirito
di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri
gli altri superiori a se stesso. Non
cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri».
Al pessimismo della ragione, che guarda ai fatti,
corrisponde l'ottimismo della fede che incita ogni uomo ad agire rapidamente,
senza attendere che l'olio delle lampade si consumi, nella consapevolezza di
essere «servi inutili», perché sta scritto che «Regnum meum non est de mundo
hoc».
Qui termina la prima parte del mio intervento e giungo al
tema che mi concerne per esperienza diretta.
In che misura l'avvocato può rendere un servizio allo
Stato?
In un uditorio sensibile e colto quale quello presente in
questa nobile Università sarebbe un fuor d'opera fare sfoggio di esercizio
dialettico per dimostrare ciò che appare all'evidenza, cioè a dire che
l'avvocatura, in tutte le occasioni in cui viene investita di funzioni pubbliche
(si pensi ai curatori fallimentari, ai commissari giudiziari e liquidatori, ai
difensori d'ufficio), svolge e deve svolgere un servizio allo Stato.
Su questo versante mi limito al richiamo di due figure emblematiche (di
servitori dello Stato) che hanno consapevolmente sacrificato la loro vita pur di
non venir meno ai loro doveri: l'Avv. Fulvio
Croce e l'Avv. Giorgio Ambrosoli.
Detto questo - di per sé esaustivo - vorrei aggiungere
che l'avvocatura, come ceto professionale, è deputata a rendere un servizio al
cittadino, che è la prima cellula dello Stato.
Non intendo indugiare sul concetto di «tutela dei diritti e degli
interessi», perché si tratta di una formula abusatissima dietro la quale
talvolta si celano grandi e gravi misfatti, di pari grado di quelli che si
possono commettere nel campo dell'amministrazione della giustizia.
Noi siamo però qui riuniti non per celebrare processi di
condanna, bensì per tentare di cogliere (a nostro conforto) tutta l'esperienza
positiva che si raccoglie intorno agli uomini che tendono verso la verità e il
bene comune, per cui l'attenzione deve essere rivolta verso quegli avvocati
(fonte inesauribile di educazione morale) che, silenziosamente e senza superbia,
esercitano il ministero del consigliare e del difendere con decoro, con dignità
e, aggiungo, con profondo senso della carità, che - com'è noto - è la più
impervia virtù cristiana. Lascio
da parte il profilo del servizio che l'avvocatura è chiamata a rendere al
cittadino - espressione elastica che può adattarsi a tutte le situazioni –
perché vorrei evidenziare un peculiare ruolo che è proprio dell'avvocato, in
funzione di un primario servizio da rendere alla collettività organizzata in
forma di Stato: parlo del ruolo di diffusione della conoscenza delle norme che
è tipico dell'avvocato, il quale - attraverso un'opera di mediazione
intellettiva consente all'ordinamento di attuarsi; in altri termini, al di fuori
della mediazione dell'avvocatura è difficile immaginare la conoscenza, e quindi
l'osservanza, di tutte quelle innumerevoli, anzi infinite, norme che hanno
invaso persino gli ambiti più riposti della nostra vita.
In definitiva, mi sembra si possa convenire sul fatto che l'avvocato
svolge un indispensabile servizio allo Stato di diritto ogni qual volta, nel
rispetto delle regole deontologiche: - rende conoscibile ai destinatari il mondo
normativo; - rappresenta nel processo la parzialità della parte, esaltando il
profilo di giustizia individuabile nella logica dell'interesse dell'assistito; -
tutela i diritti e gli interessi legittimi dell'uomo contro le prevaricazioni
del potere della pubblica Amministrazione; - difende il cittadino dalle accuse,
fondate o meno che siano, che la parte pubblica ha il dovere di avanzare
attraverso il promuovimento dell'azione penale.
Tutte queste attività (o se si preferisce funzioni)
dell'avvocato sarebbero comunque poca cosa se non fossero guidate, come rilevavo
poc'anzi, dalla deontologia, che condensa quelle regole morali che la più
nobile tradizione forense impone a tutti noi avvocati.
Tra quelle regole è utile richiamarne alcune: - l'avvocato deve essere
distaccato dagli interessi della parte, conservando l'obiettività necessaria
per evitare, ad esempio, che attraverso i suoi consigli si consumino crimini;
- l'avvocato è depositario di segreti che non potranno
mai essere utilizzati contro l'assistito, pena (molte volte) la radiazione
dall'Albo; - l'avvocato deve adempiere gli obblighi tributari e contributivi,
nel rispetto dei doveri di solidarietà verso i Colleghi meno fortunati e verso
la comunità tutta; - l'avvocato, infine, deve chiedere solo il giusto compenso
e una richiesta abnorme (segno di attaccamento isterico al denaro) viene molte
volte sanzionata in sede disciplinare.
E qui mi fermo perché non vorrei cadere nel fanatismo,
vizio parossistico anche dell'etica, che conduce naturaliter ai misfatti
dell'intolleranza, laddove l'etica cristiana comprende e giustifica le piccole e
grandi miserie umane, comandando che non è bene scagliare la prima pietra.
Occorre non dimenticare, a tal riguardo, che il merito si accompagna alla
miseria dell'uomo, in guisa tale da consentire di giungere al limite del
paradosso scolpito dalle parole di un filosofo contemporaneo di matrice
cattolica (Vladimir Jankélévitch, Trattato delle virtù): «quando la virtù
è spontanea come la circolazione del sangue nelle arterie, non c'è più virtù,
ma c'è a volte un irreprensibile fariseo.
Quando la virtù è sventurata, ostacolata, irriconoscibile, come nel
sublime insuccesso, il merito è al colmo (... omissis ... ). Non la sconfitta
del peccatori, se hanno sofferto e lottato, è votata all'inferno ma
l'abominevole perfezione dei virtuosi».
Consentitemi di concludere con una constatazione
elementare e cioè che la morte violenta di molti, anzi troppi, servitori dello
Stato dovrebbe educarci soprattutto al rispetto dei vivi che, con la loro opera,
continuano a servire la comunità nazionale, accettando i rischi estremi e
vincendo le angosce della paura nel segno del motto anseatico «navigare necesse
est, vivere non necesse».
Atti pubblicati in "Già e non
ancora" (Rivista della associazione "Carità politica") 4/1997
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