«Etica cristiana e servizio dello Stato» - Associazione Carità politica. 

Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana. 26 ottobre 1995

Intervento di

 ROBERTO G. ALOISIO Avvocato

 L'occasione di questo incontro, a cinque anni dalla morte di Rosario Livatino, mi ha riportato alla memoria il Convegno dell'A.I.G.A. svoltosi a Salerno (sul tema «Avvocatura e Magistratura») e segnatamente la Cerimonia di apertura del 4 ottobre 1990, nel corso della quale rilevai come la morte del giovane magistrato - che aveva professato la sua fede in solitudine e nella solitudine di una campagna era stato strappato alla vita (da un disegno criminale portato a compimento da uomini senza radici e senza storia) - avesse colpito in profondità la coscienza degli italiani in primo luogo dei magistrati e degli avvocati, offrendo la definitiva conferma che il ruolo delle Istituzioni appariva compromesso almeno in alcune zone del territorio dello Stato.

Alla luce degli avvenimenti che si sono susseguiti nel quinquennio successivo che giunge sino ai nostri giorni, il presentimento (allora diffuso) si è rivelato purtroppo approssimato per difetto.  Le vicende sono amaramente arcinote e indugiare su di esse è del tutto fuori luogo: limitarsi all'enunciazione di vuote parole è sintomo d'inefficacia dell'attività operosa, posto che si parla - come rileva Musil ne L'Uomo senza qualità - «nelle ore in cui non si vive».

Un tempo avrei prospettato la necessità - per ricucire le ferite inferte al tessuto civile - di una rivoluzione permanente delle coscienze, di una nuova resistenza morale, per tentare l'arresto del processo degenerativo che ha colpito i punti nevralgici dell'ordinamento.  La stagione della vita m'impone cautela, maggior equilibrio e senso di aderenza alla realtà delle cose, che lasciano persistere una visione del futuro in chiave negativa.  I segni dei tempi appaiono ormai imperscrutabili e si assiste oggi, per usare una metafora, ad una nuova Babele di biblica memoria: molti declamano parole di verità, quando sarebbe più opportuno restare in silenzio e coltivare quei dubbi che, solo dopo un lungo cammino, possono sfociare in piccole e modeste verità.  Tutti si appellano ai valori dell'onestà, del bene comune, dell'interesse superiore; per converso, nessuno sembra possa salvarsi dall'addebito della disonestà, dalla devastazione del male comune, dall'abuso dell'interesse personale.  Il quadro è ininterpretabile e la ragione arretra dinanzi al mistero condensato nelle parole di Giobbe che, rispondendo a Zofar, dice profeticamente: «Il Signore, ( ... omissis ... / Rende stolti i consiglieri, / priva i giudici di senno; scioglie la cintura dei re e cinge i loro fianchi d'una corda. / Fa andare scalzi i sacerdoti / e rovescia i potenti. / Toglie la favella ai più veraci / e priva del senno i vegliardi. / Strappa dalle tenebre i segreti / e porta alla luce le cose oscure. / Fa grandi i popoli e li lascia perire, / estende le nazioni e le abbandona. / Toglie il senno ai capi del paese / e li fa vagare per solitudini senza strade, / vanno a tastoni per le tenebre, senza luce, / e barcollano come ubriachi».

Tra etica cristiana e servizio dello Stato scorre un fiume tempestoso che divide due sponde: sull'una il mondo dei valori, sull'altra il'mondo delle contingenze mondane.

Non tutti saranno capaci di attraversare il fiume: alcuni riusciranno nell'impre sa, altri torneranno indietro, altri ancora faranno naufragio.

E' una constatazione che non indulge all'ottimismo, anche se - per definizione - l'etica cristiana postula tra i suoi doveri quello di servire lo Stato, con quell'atteggiamento morale e materiale che viene raccomandato da Paolo nell'epistola ai Filippesi: «non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso.  Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma anche quello degli altri».

Al pessimismo della ragione, che guarda ai fatti, corrisponde l'ottimismo della fede che incita ogni uomo ad agire rapidamente, senza attendere che l'olio delle lampade si consumi, nella consapevolezza di essere «servi inutili», perché sta scritto che «Regnum meum non est de mundo hoc».

Qui termina la prima parte del mio intervento e giungo al tema che mi concerne per esperienza diretta.

In che misura l'avvocato può rendere un servizio allo Stato?

In un uditorio sensibile e colto quale quello presente in questa nobile Università sarebbe un fuor d'opera fare sfoggio di esercizio dialettico per dimostrare ciò che appare all'evidenza, cioè a dire che l'avvocatura, in tutte le occasioni in cui viene investita di funzioni pubbliche (si pensi ai curatori fallimentari, ai commissari giudiziari e liquidatori, ai difensori d'ufficio), svolge e deve svolgere un servizio allo Stato.  Su questo versante mi limito al richiamo di due figure emblematiche (di servitori dello Stato) che hanno consapevolmente sacrificato la loro vita pur di non venir meno ai loro doveri: l'Avv.  Fulvio Croce e l'Avv.  Giorgio Ambrosoli.

Detto questo - di per sé esaustivo - vorrei aggiungere che l'avvocatura, come ceto professionale, è deputata a rendere un servizio al cittadino, che è la prima cellula dello Stato.  Non intendo indugiare sul concetto di «tutela dei diritti e degli interessi», perché si tratta di una formula abusatissima dietro la quale talvolta si celano grandi e gravi misfatti, di pari grado di quelli che si possono commettere nel campo dell'amministrazione della giustizia.

Noi siamo però qui riuniti non per celebrare processi di condanna, bensì per tentare di cogliere (a nostro conforto) tutta l'esperienza positiva che si raccoglie intorno agli uomini che tendono verso la verità e il bene comune, per cui l'attenzione deve essere rivolta verso quegli avvocati (fonte inesauribile di educazione morale) che, silenziosamente e senza superbia, esercitano il ministero del consigliare e del difendere con decoro, con dignità e, aggiungo, con profondo senso della carità, che - com'è noto - è la più impervia virtù cristiana.  Lascio da parte il profilo del servizio che l'avvocatura è chiamata a rendere al cittadino - espressione elastica che può adattarsi a tutte le situazioni – perché vorrei evidenziare un peculiare ruolo che è proprio dell'avvocato, in funzione di un primario servizio da rendere alla collettività organizzata in forma di Stato: parlo del ruolo di diffusione della conoscenza delle norme che è tipico dell'avvocato, il quale - attraverso un'opera di mediazione intellettiva consente all'ordinamento di attuarsi; in altri termini, al di fuori della mediazione dell'avvocatura è difficile immaginare la conoscenza, e quindi l'osservanza, di tutte quelle innumerevoli, anzi infinite, norme che hanno invaso persino gli ambiti più riposti della nostra vita.  In definitiva, mi sembra si possa convenire sul fatto che l'avvocato svolge un indispensabile servizio allo Stato di diritto ogni qual volta, nel rispetto delle regole deontologiche: - rende conoscibile ai destinatari il mondo normativo; - rappresenta nel processo la parzialità della parte, esaltando il profilo di giustizia individuabile nella logica dell'interesse dell'assistito; - tutela i diritti e gli interessi legittimi dell'uomo contro le prevaricazioni del potere della pubblica Amministrazione; - difende il cittadino dalle accuse, fondate o meno che siano, che la parte pubblica ha il dovere di avanzare attraverso il promuovimento dell'azione penale.

Tutte queste attività (o se si preferisce funzioni) dell'avvocato sarebbero comunque poca cosa se non fossero guidate, come rilevavo poc'anzi, dalla deontologia, che condensa quelle regole morali che la più nobile tradizione forense impone a tutti noi avvocati.  Tra quelle regole è utile richiamarne alcune: - l'avvocato deve essere distaccato dagli interessi della parte, conservando l'obiettività necessaria per evitare, ad esempio, che attraverso i suoi consigli si consumino crimini;

- l'avvocato è depositario di segreti che non potranno mai essere utilizzati contro l'assistito, pena (molte volte) la radiazione dall'Albo; - l'avvocato deve adempiere gli obblighi tributari e contributivi, nel rispetto dei doveri di solidarietà verso i Colleghi meno fortunati e verso la comunità tutta; - l'avvocato, infine, deve chiedere solo il giusto compenso e una richiesta abnorme (segno di attaccamento isterico al denaro) viene molte volte sanzionata in sede disciplinare.

E qui mi fermo perché non vorrei cadere nel fanatismo, vizio parossistico anche dell'etica, che conduce naturaliter ai misfatti dell'intolleranza, laddove l'etica cristiana comprende e giustifica le piccole e grandi miserie umane, comandando che non è bene scagliare la prima pietra.  Occorre non dimenticare, a tal riguardo, che il merito si accompagna alla miseria dell'uomo, in guisa tale da consentire di giungere al limite del paradosso scolpito dalle parole di un filosofo contemporaneo di matrice cattolica (Vladimir Jankélévitch, Trattato delle virtù): «quando la virtù è spontanea come la circolazione del sangue nelle arterie, non c'è più virtù, ma c'è a volte un irreprensibile fariseo.  Quando la virtù è sventurata, ostacolata, irriconoscibile, come nel sublime insuccesso, il merito è al colmo (... omissis ... ). Non la sconfitta del peccatori, se hanno sofferto e lottato, è votata all'inferno ma l'abominevole perfezione dei virtuosi».

Consentitemi di concludere con una constatazione elementare e cioè che la morte violenta di molti, anzi troppi, servitori dello Stato dovrebbe educarci soprattutto al rispetto dei vivi che, con la loro opera, continuano a servire la comunità nazionale, accettando i rischi estremi e vincendo le angosce della paura nel segno del motto anseatico «navigare necesse est, vivere non necesse».

 

Atti pubblicati in "Già e non ancora" (Rivista della associazione "Carità politica") 4/1997

 

 

 

Home ] forze di polizia ] riviste ] Temi di discussione ] Avvocatura ] Archivio ] arch.-magistratura ] Libri ] Convegno ] Documenti ] Critica penale ] avvertenza ] Attualità e Scrittura ] Magistratura ] Chi siamo ] Links ] Perchè questo sito ]